Il Mediterraneo diventa cristiano: un “mondo nuovo” in mostra nel 2022 a Cordova
ESCLUSIVA – Il Mediterraneo diventa cristiano: …Se il significato generale dell’ornamento appare chiaro, ciò che ha fatto e fa discutere gli studiosi è la sua origine e conseguente interpretazione. L’uso della lingua greca sembra infatti indicare che esso sia stato realizzato in Oriente, verosimilmente a Costantinopoli oppure nella regione siro-palestinese dove il culto mariano nel VI secolo era particolarmente diffuso.
Ma come e perché giunse in Spagna? Secondo alcuni, la fibula di Turuñuelo sarebbe un oggetto d’importazione e dunque un’importante testimonianza delle fitte relazioni commerciali che intercorrevano tra la penisola iberica occidentale e il mondo bizantino. Ma è anche possibile che il monile sia stato portato con sé da una donna di origine orientale, parlante la lingua greca e appartenente a una facoltosa famiglia immigrata in Spagna. La quasi coeva Vitas sanctorum patrum Emeritensium, testo agiografico narrante la vita dei cinque vescovi – Paolo, Fedele, Masona, Innocenzo e Renovazio – reggenti la cattedra di Augusta Emerita (l’odierna Mérida) tra la seconda metà del VI e la prima metà del VII secolo, testimonia in effetti il frequente arrivo in zona di persone provenienti dal Mediterraneo orientale, che andavano a costituire comunità la cui esistenza è confermata dal rinvenimento, proprio nella vicina Mérida, di diverse iscrizioni in greco.
Non va inoltre dimenticato che all’epoca in cui viene datata la fibula, cioè nel VI secolo d.C., era in corso la “riconquista” del Mediterraneo da parte di Giustiniano, impegnato nelle guerre dapprima contro i Vandali in Africa (533–534) e poi contro gli ostrogoti in Italia (535-553): la presenza di individui provenienti dal cuore dell’impero dovette dunque essere costante soprattutto in zone dove, come nel territorio di Mérida, è documentata una forte resistenza al potere visigoto da poco instauratosi nella penisola, i cui sovrani avevano aderito all’arianesimo.
Il prezioso manufatto potrebbe però anche essere il ricordo di un pellegrinaggio compiuto dalla defunta in Terrasanta, un’esperienza in quell’epoca era abbastanza diffusa: basti citare il caso di Egeria, una monaca o una donna facoltosa originaria della costa atlantica della Spagna che tra il 381 e il 384 compì un viaggio nei Luoghi santi poi da lei stessa documentato in un resoconto scritto, la Peregrinatio Aetheriae (o Itinerarium Egeriae). Una cosa comunque appare certa: la fibula di El Turuñuelo, dal profondo valore apotropaico e ricordo di un paese lontano, doveva essere molto cara alla sua proprietaria se quest’ultima dispose che, alla sua morte, l’accompagnasse per sempre nella tomba.
Il reperto, conservato nel Museo Archeologico Nazionale di Madrid, è uno dei pezzi di richiamo della grande mostra “Cambio de era. Córdoba y el Mediterráneo cristiano” (Cambio di Era. Cordova e il Mediterraneo cristiano) allestita a Cordova dal 16 dicembre 2022 al 15 marzo 2023. Curata da Alexandra Chavarría Arnau, professore di Archeologia Medievale all’Università degli Studi di Padova, l’esposizione ripercorre attraverso un’ampia serie di oggetti iconici l’evoluzione del cristianesimo fra il III secolo e la fine del VI, dalle prime evidenze cristiane rinvenute in contesti funerari di Roma fino al regno di Giustiniano, fautore nel VI secolo dell’ultimo tentativo di riunificazione del Mediterraneo sotto le insegne imperiali.
Fu un periodo caratterizzato da grandi migrazioni di popoli fino ad allora stanziati ai limiti orientali della compagine statale romana – definiti “barbarici” perché originati al di fuori del contesto politico e culturale classico –, così come da guerre e pestilenze quali la cosiddetta “peste giustinianea”, che tra il 541 e il 542, e con ondate fino alla metà dell’VIII secolo, flagellò l’Oriente e il Mediterraneo.
Ma anche un’epoca di profonde trasformazioni di ordine politico-economico e socio-culturale, che portarono alla frattura definitiva dell’unità che, per lunghi secoli, aveva caratterizzato l’impero romano e all’inizio di una nuova era. Per quanto riguarda l’Hispania, in tale processo Cordova rivestì un ruolo fondamentale perché favorì la persistenza dell’eredità romana e la sua trasmissione, ma fu anche nel contempo un “laboratorio” degli epocali cambiamenti che segnarono il passaggio tra Tarda Antichità e Alto Medioevo, quando la città divenne capitale dell’Al-Andalus.
Un cambio epocale nel Mediterraneo
La mostra “Cambio de era. Córdoba y el Mediterráneo cristiano” (Cambio di Era. Cordova e il Mediterraneo cristiano) presenta oltre 200 opere provenienti da 36 istituzioni spagnole e da una dozzina di enti internazionali quali i Musei Vaticani, il Museo Nazionale di Cartagine, il Museo di Narbona, i Musei Archeologici Nazionali di Roma, Aquileia, Firenze, Madrid e Tarragona, il Museo Nazionale d’Arte Romana di Mérida e il Museo di Belle Arti di Bilbao e intende raccontare l’origine e lo sviluppo del primo cristianesimo evidenziandone l’impatto sulla storia e sulla cultura mediterranea, con particolare attenzione al sud della penisola iberica e alla città di Cordova.
Le sei sezioni che compongono la mostra sono allestite in due sedi principali – il Centro di Cultura Contemporanea dell’Andalusia-C3A e la Sala Vimcorsa –, alle quali si affianca un percorso all’interno della grande moschea di Cordova, oggi cattedrale dell’Immacolata Concezione di Maria Santissima, dedicato ai ritrovamenti archeologici effettuati in occasione degli scavi realizzati nella moschea-cattedrale e nei suoi immediati dintorni. Ad accompagnare i reperti, molte splendide illustrazioni che ne facilitano la lettura iconografica e murali dipinti con suggestive rappresentazioni – la città di Gerusalemme, la battaglia del Ponte Milvio, l’adventus (cerimonia di arrivo) di reliquie – ispirate alle testimonianze archeologiche, ma reinterpretate e inserite nel contesto geografico e storico dell’epoca: un modo efficace per coinvolgere il visitatore di ogni età.
La mostra inizia con una proiezione audiovisiva che introduce il visitatore allo spirito del cristianesimo primitivo e lo immerge nei primi luoghi di culto, per finire con la visione avuta da Costantino prima della decisiva battaglia di Ponte Milvio, che portò all’ideazione del Cristogramma e fu prodromica all’Editto di Milano (313) e alla concessione della libertà di culto per i cristiani. In questo percorso, un ruolo di eccezionale importanza appare rivestito dai simboli in cui essi si identificavano e che divennero nel tempo rappresentativi ed emblematici della loro stessa fede.
Di taglio più propriamente archeologico è la sezione allestita nella Sala Vimcorsa in centro città, che raccoglie numerosi reperti legati all’ambito funerario ed ecclesiastico provenienti dalla città di Cordova, dal sud della penisola iberica e, più in generale, dal mondo mediterraneo. Riportati alla luce nei cimiteri sorti, come a Roma, già nel III secolo – e quindi prima della costruzione delle chiese – su terreni acquistati per iniziativa dei vescovi allo scopo di seppellirvi i fedeli, questi ritrovamenti permettono di cogliere le trasformazioni vissute dalla città tra l’epoca romana e la fine del VI secolo attraverso il processo di cristianizzazione e i suoi principali protagonisti.
Anche a Cordova, capoluogo della provincia romana della Betica, le prime testimonianze legate al cristianesimo provengono dall’ambito funerario e sono rappresentate da sarcofagi decorati con temi, simboli e formule cristiani – pezzi di alto livello qualitativo, a volte importati da Roma, che riflettono lo status dei personaggi sepolti – e da iscrizioni che ci restituiscono i nomi di alcuni di essi: Anerio, Vittoria, Fortuna. Alla guida della comunità nel 355 c’era il vescovo Osio, che secondo Atanasio reggeva la sede episcopale cordovese da oltre sessant’anni: una circostanza che ne riconduce l’elezione intorno al 294 e fa di lui il primo vescovo documentato di tutta la Betica.
Attraverso l’analisi della scultura liturgica e architettonica si ricostruisce poi la topografia cristiana della città: dal complesso episcopale, oggetto di interventi archeologici recenti nel cortile della moschea, ai complessi suburbani con funzioni martiriali citati dalle fonti scritte ma la cui ubicazione precisa ancora non è stata ben definita dagli studiosi. Senza dimenticare la cristianizzazione dello straordinario complesso architettonico di Cercadilla a nordovest della città interpretato ora come palazzo imperiale, ora come edificio amministrativo o villa, ma che di sicuro diventa un importante complesso funerario nel VI secolo come rivelano alcuni degli oggetti esposti.
La grande mostra di Cordova si chiude con la sezione allestita nella Moschea-Cattedrale, che raccoglie una selezione di materiali provenienti dagli scavi archeologici realizzati (e tuttora in corso) sia nel luogo di culto che nelle sue adiacenze e che hanno consentito di ricostruire la complessa storia del monumento. L’attuale edificio fu infatti costruito nel 785 dall’emiro ʿAbd al-Raḥmān I sui resti dell’antica chiesa visigota di San Vicente, coincidente con il primo complesso episcopale della città e databile tra il IV e il VI secolo.
Questa costruzione fu successivamente ampliata fino alla radicale e definitiva trasformazione, avvenuta nel 1236 ad opera di re Ferdinando III di Castiglia a seguito della Reconquista, in cattedrale dedicata a Santa Maria Assunta. I reperti esposti, corredati anche in questo caso da una proiezione video che mostra le fasi principali dello scavo e prova a interpretare i dati raccolti, consentono di cogliere tutte le trasformazioni dell’edificio da complesso vescovile tardoantico a chiesa tardomedievale passando per moschea islamica. Un caso emblematico di quell’intreccio di culture e religioni che da sempre sta alla base della storia iberica, del Mediterraneo e più in generale dell’Europa.