I monaci usavano i santi "ammazzadraghi" come metafora per spiegare epidemie e carestie
I monaci usavano gli "uccisori di draghi" come …Una ricerca svela come i monaci agostiniani usassero il racconto dei miracoli dei santi "ammazzadraghi" per dare una spiegazione a disastri naturali, allora inspiegabili.
Dimenticate l'immagine del cavaliere che uccide il drago solo per salvare una principessa. Nel medioevo il mito della lotta contro i mostri sputafuoco aveva una funzione molto più "pratica". Una ricerca condotta dall'Università di Cambridge, pubblicata su ScienceDaily, basata sul ritrovamento di testi agostiniani, rivela che i monaci utilizzavano le figure dei santi "sauroctoni" (uccisori di draghi) come metafore per spiegare piaghe reali: epidemie, inondazioni e carestie.
Nei manoscritti appena decifrati, l'uccisione di un drago non è descritta solo come un atto di fede, ma come un rituale necessario per "guarire la terra" e ripristinare la fertilità dei campi.
STRATEGIA DI SOPRAVVIVENZA. Perché queste storie erano così diffuse? I ricercatori spiegano che per gli ordini religiosi del tempo, come gli Agostiniani, legare la propria immagine alla sconfitta di creature mostruose era una precisa strategia.
Dimostrare che i santi potevano "bonificare" misticamente un'area dalle influenze maligne (spesso corrispondenti a zone paludose o malsane) garantiva all'ordine il supporto dei contadini e il favore dei nobili.
I TESTI RITROVATI. La scoperta è avvenuta analizzando frammenti di pergamena che descrivono con dettagli quasi medici come il "sangue del drago" o il suo soffio pestilenziale infettassero i raccolti.
Non si trattava solo di intrattenimento o propaganda religiosa, ma di un modo per dare un senso a disastri naturali allora inspiegabili.
IL DRAGO È LA MALATTIA. La ricerca suggerisce che molte delle leggende che conosciamo oggi, come quella di san Giorgio, potrebbero avere radici in eventi ambientali reali, dove la "vittoria sul drago" coincideva con la fine di un periodo di siccità, la bonifica di terre infette o la guarigione del bestiame.
A parte i bestiari medievali, bellissimi ma frutto più di elucubrazioni filosofiche che di considerazioni scientifiche, sono soprattutto i trattati di scienze naturali del ’500 e del ’600 a riportare le testimonianze più impressionanti.
Una guida alle montagne svizzere, del 1723, sconsigliava di attraversare certi passi perché vi erano stati avvistati draghi. Un anziano di Lienz, per esempio, si era imbattuto sull’Alpe Commoor in un orrendo drago nero con striature gialle.
Nella foto un esempio dei mostri catalogati da Aldrovandi nella sua “Monstruorum Historia” (1642). Il drago a destra non starebbe in equilibrio, ma questo non turbava i naturalisti dell’epoca.
«Nel resto del mondo, una parentela con i mitici dragoni può essere riconosciuta ai varani, grandi lucertoloni africani e asiatici», spiega Pratesi. Il più imponente, il dragone di Komodo, misura oltre 3 metri e si nutre di cinghiali e cervi. Anche le innocue iguane possono avere alimentato la leggenda. E non mancano i draghi di mare, anche se è difficile pensare che col loro mezzo metro di lunghezza siano collegabili ai draghi acquatici.
Così San Siro sconfigge il dragone che campeggia sullo stemma di Genova. San Leucio riduce in catene il drago di Atessa (Chieti). E per quello di Terravecchia, in Calabria, si scomoda nientemeno che la vergine Maria. Draghi morti insieme alle pestilenze di cui erano il simbolo.
Nella foto, San Giorgio e il drago, in un noto dipinto di Paolo Uccello. Un altro ammazzadraghi fu Uberto Visconti che, secondo la leggenda, eliminò il biscione raffigurato nello stemma di Milano mentre divora un bimbo.
Il corpo è ricoperto da scaglie cornee lunghe una ventina di centimetri, più morbide su ventre e collo. Le loro sfumature di colore sono dovute al diverso contenuto di minerali, ma predominano il verde, il rosso, il blu, il nero e il dorato. Nel 1449, per esempio, l’intera città di Canterbury fu testimone dell’epico scontro tra un drago rosso e uno nero.
Ma per sostenere una bestia di quella mole le ali dovrebbero essere larghe 200 metri, anche supponendo che le ossa siano cave e quindi leggere come quelle degli uccelli. Come se la cavano, qui, i sostenitori della reale esistenza dei draghi? Peter Dickinson, ne ha “scientificamente” trattato in un libro le caratteristiche fisiologiche dei draghi, ha ipotizzato che le ali servano in realtà solo per manovrare, e che il drago si sollevi come un dirigibile, “gonfiandosi” con un gas più leggero dell’aria, l’idrogeno, liberato da una reazione chimica nel suo stomaco.
Quando poi questo gas infiammabile venisse esalato, potrebbe essere incendiato usando i denti come pietre focaie: ecco spiegate anche le fiammate. L’idea non è così peregrina: dopotutto le mucche producono metano, un gas altamente infiammabile
Una fantasiosa ricostruzione che prende spunto dal volume “The Book of the Dragon”. Sul mappamondo sono mostrate le rotte seguite dalle coppie di draghi dopo lo sposalizio.
Nella cartina sottostante gli habitat preferiti dalle varie specie e sottospecie di draghi (Italia e Grecia sono privilegiate per la loro ricchezza mitologica). Nel disegno in basso, infine, la composizione della caverna di un drago sputafuoco: la struttura familiare, come si intuisce, è matriarcale.
Per poter volare, un rettile dovrebbe avere spalle ampie, dove ospitare i muscoli alari, e ossa cave per essere più leggero.
Secondo la leggenda, invece, la riproduzione come avviene? Dopo l’accoppiamento, la femmina depone un singolo uovo, grande pressappoco quanto uno di struzzo. Alla nascita il piccolo può essere scambiato per un lucertolone, ma a nove mesi le sue dimensioni sono già quelle di un grosso cane.
Sempre secondo la leggenda, i draghi vivono a lungo, 500 o anche 1000 anni.