Andrea Cionci replica dopo la pubblicazione della lettera di BXVI a Mons. Nicola Bux
Diritto di replica data al dott. Cionci pubblicata nel sito di Nicola Porro vicedirettore de il Giornale.Comunque la pensiate invito alla lettura di questo articolo di Andrea Cionci.
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Caro Porro, ma nella lettera di Ratzinger c'è …
Caro Nicola Porro, avrai letto ovunque «Benedetto XVI: ‘la mia rinuncia piena e valida!’»: questo il mantra ossessivo dei titoli mainstream in seguito alla pubblicazione – con appena 11 anni di ritardo – della lettera di Benedetto XVI al teologo Mons. Nicola Bux. Se leggete la lettera, però non troverete traccia di una tale frase.
In tanti hanno voluto comunque leggervi una risposta all’inchiesta di scrive, ma i tempi non collimano: la lettera è del 2014 e l’inchiesta Codice Ratzinger parte nel 2020.
L’operazione di Bux, un tantino a orologeria, è platealmente mirata al classico “troncare-sopire” clericale: infatti, come ha scoperto Barbara Tampieri, pur possedendo la lettera della “rinuncia piena e valida” dal 2014, nel 2018 Bux dubitava della validità della rinuncia in un’intervista pubblicata sul blog di Aldo Maria Valli: “Forse – scriveva il teologo barese – sarebbe più agevole esaminare e studiare più accuratamente la questione relativa alla validità giuridica della rinuncia di papa Benedetto XVI, se cioè essa sia piena o parziale (“a metà”, come qualcuno ha detto) o dubbia, giacché l’idea di una sorta di papato collegiale mi sembra decisamente contro il dettato evangelico”.
Lo studio giuridico è stato fatto da chi scrive, anche depositato presso il Tribunale penale vaticano, ma nel frattempo Bux deve essersi convinto che non conviene svelare la verità della sede impedita: troppo scandalo, ritorsioni finanziarie dai poteri globalisti, una tremenda figuraccia per troppi cardinali e chissà ancora cos’altro.
Il paradosso è che questa lettera si rivela un inaspettato boomerang perché dimostra esattamente l’opposto di quanto si aspettava il monsignore: cioè che Benedetto XVI era in sede impedita, ovvero in uno stato di prigionia, confino, esilio (can. 412) dovuto alla convocazione del conclave abusivo mentre lo stesso Ratzinger non aveva rinunciato al munus petrino, come richiesto esplicitamente dal can. 332.2. Infatti, chi scrive ha girato al Promotore di Giustizia vaticano le lettere di Bux, a ennesima riprova della questione -sede impedita.
In sostanza, per evitare l’usurpazione da parte di nemici che lo minacciavano e gli avevano reso la vita ormai impossibile, Benedetto XVI ha solo annunciato la sua detronizzazione, non ha affatto abdicato. Così come non abdicarono Carlo d’Asburgo e Umberto II di Savoia: rinunciarono solo a governare e andarono in esilio, non rinunciarono al loro titolo e ai loro diritti regali. Se altri re avessero preso il loro posto, sarebbero stati degli usurpatori.
Ratzinger scrisse la Declaratio in un latino perfetto e straordinario, e in Segreteria di Stato, come ammesso da Peter Seewald e da Mons. Gaenswein, invece vi apportarono alcune correzioni e modifiche. Infatti, la parola commissum da Benedetto pronunciata viene falsificata in commisso, stravolgendo il senso della frase. Benedetto si aspettava questa mistificazione, anzi aveva preparato il testo proprio perché bastasse pochissimo per camuffarlo e farlo sembrare un’abdicazione. Qui le prove di quanto affermiamo, nel testo depositato presso il Tribunale penale vaticano. Ricordiamo che in aprile, il promotore di Giustizia vaticano ha ascoltato chi scrive per 4 ore.
In questo modo, lasciandosi detronizzare mentre non era abdicatario, papa Ratzinger ha reso invalido il conclave 2013 che ha eletto Bergoglio, condannandolo alla nullità di tutti i suoi atti. L’operazione è geniale ed ha una lettura escatologica che si ritrova in Ticonio e S. Agostino ed è finalizzata alla purificazione della Chiesa dopo un tempo lasciato agli antagonisti per manifestarsi.
Ma veniamo alla lettera di Benedetto XVI e ai suoi tre punti fondamentali:
1. «Dire che nella mia rinuncia avrei lasciato “solo il ministerium e non anche il munus” è contro il diritto canonico”. Certo! Il papa non potrebbe mai rinunciare volontariamente al suo ministerium, questo gli può essere solo tolto per sede impedita.
2. “I giornalisti che parlano di scisma strisciante non meritano alcuna considerazione”. Certo! Lo scisma è ufficializzato dalla Declaratio, non è affatto strisciante.
3. “Il parallelismo tra vescovo diocesano e vescovo di Roma in merito alla rinuncia è fondato. C’è fra loro una differenza pastorale, e non teologica”. Certo! Papa emerito è un eufemismo per dire papa impedito e si ispira all’emeritato del vescovo. Tutto corretto, ma adesso cerchiamo di chiarire meglio.
Semplificando al massimo, il rapporto tra munus e ministerium è fra il titolo di papa e il conseguente esercizio del potere, come quello che passa tra la patente di guida e la facoltà di guidare. Di solito vanno insieme, ma se una persona è in prigione ha la patente (munus), ma non può guidare la macchina (ministerium). Questo fu il caso di Ratzinger che annunciò che il 28 febbraio, all’hora vigesima, gli avrebbero in sostanza “rubato la macchina”.
Quello che scrive Benedetto XVI è coerente: egli non avrebbe mai potuto rinunciare sua sponte all’esercizio del potere (ministerium), mantenendo il titolo di papa (munus) perché il munus viene dato da Dio al Papa proprio affinché si esplichi in un servizio, come recita l’introduzione della costituzione Pastor Bonus. Quindi, dire che Benedetto ha lasciato il ministerium trattenendo il munus è sbagliato perché va contro il diritto canonico.
Il punto è che Ratzinger è stato privato del ministerium dalla convocazione di un conclave abusivo. Lui non ha rinunciato a niente di sua spontanea volontà. Ha solo dichiarato che a una certa data e a una certa ora avrebbe perso il ministerium, cosa che si verifica puntualmente con la convocazione del conclave abusivo.
La chiave è questa: nella Declaratio Benedetto emette quella che abbiamo scoperto essere una “decisio”, un decreto penale proprio del Pontefice per i delitti più gravi contro la fede con cui lui annuncia che a una certa data e ora perderà il ministerium in modo da lasciare la sede di Roma vuota (e non vacante, come hanno tradotto). Infatti andrà a Castel Gandolfo. La traduzione corretta del latino è questa e nessuno ha potuto smentirla.
Spieghiamo: anche il vescovo ha sia il munus che il ministerium. Quando va in pensione, il vescovo perde il ministerium e trattiene il munus, perché il munus del vescovo è un sacramento indelebile e gli resta in quanto tale. Il munus del papa non è un sacramento, è un incarico, tanto che il papa può rinunciarvi. Quindi Ratzinger fa un parallelismo dicendo: “Anche io ho perso il ministerium e trattenuto il munus, come il vescovo emerito, perciò mi chiamo papa emerito”. Quello che non dice Ratzinger è che questo può verificarsi, per il papa, solo per sede impedita.
La sede impedita è un’azione che lui consente per una questione pastorale, cioè per salvare la Chiesa: non ha una accezione teologica, tanto che nel diritto canonico, che deriva dal diritto divino, non esiste il papato emerito. Perché Benedetto non parlava chiaro, vi chiederete? Esattamente perché era in sede impedita, status nel quale il Papa, per definizione è prigioniero e “non è in grado di comunicare” liberamente.
Quindi, Mons. Bux, inconsapevolmente, ha pubblicato un’ulteriore prova della illegittimità di Bergoglio e della sede impedita di Benedetto XVI. Invieremo tutto questo materiale al promotore di Giustizia sperando che Leone XIV faccia aprire finalmente un processo che i fedeli aspettano da 12 anni.
Andrea Cionci, 10 agosto 2025